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Idilio Dell'Era con Fausto Landi (foto degli ani '80) |
Idilio
dell’Era, poeta dimenticato
Idilio dell’Era (Don Martino Ceccuzzi,
in seguito Monsignore) nasce l’11 novembre 1904 a Chiusi, in località Montallese,
in un podere vicino ad
Asciano, dove
suo padre è custode di un casella ferroviario. Si trasferisce poi a Firenze a
seguito del padre che, dopo aver fatto una “diecina d’anni di soldato”
— ricorda l’autore ne “La mia Toscana”, il
suo libro in prosa più conosciuto
—
“poi fu assunto nelle ferrovie”.
Sono gli anni cui brevemente accenna il Poeta nel libro già citato, ricordando
“le nostre monellerie per le strade di Rifredi”. Il ricordo di Firenze
ritornerà, struggente, anche in “Alla città del Fiore” (da Cielo di Sera):
“Conservami il frammento / che ti lasciai di me, monello scalzo, /quando dal
sole fustigato, / lucevano d’estate le tue piazze / le belle vie e il fiume tra
le case”.
Più tardi
trascorre lunghi anni in Maremma, nei pressi di Montepescali, dove “Miseria e malaria erano pane e
companatico della nostra famiglia” (del resto la povertà sarà una caratteristica
che lo accompagnerà per tutta la sua esistenza). “La mia storia di ragazzo
povero è legata alla fattoria”
—
ricorda ancora dell’Era in “La mia Toscana”. Infatti suo padre “aveva
dovuto smettere di mandare i treni”
—
sono ancora sue parole
—
e “condannarsi alla sedentarietà dei campi...
Immisantropito si rintanò in Maremma, in quella più tetra e paludosa nei pressi
delle “galere” che servivano, una volta, ai detenuti di Leopoldo.
Il ritratto del padre e le condizioni di indigenza in cui si trova la famiglia
sono già ben delineate in uno scritto inedito
—
che non si può datare con precisione ma che è
probabilmente giovanile, recentissimamente ritrovato nel Fondo dell’Era della
Biblioteca degli Intronati. E’ intitolato: “Paese di mio padre”.
“Non sapevo che la sua terra fosse un
paese:”—
nota l’autore
—
“il paese dov’egli abitò per tanti anni, il paese ch’egli piantò con le
sue mani, quello che non potrò scordare... Se capito laggiù dove squittiscono
starne, muglian giovenche, e mi fermo all’ombre orlate di sole, dico “questo
paese di vigne, d’ulivi e di prati, l’ha piantato mio padre. Il paese di cui
parla dell Era è un podere nei pressi di Montepescali.
Così definisce il Poeta quel periodo, nella poesia ‘‘E triste’’, tratta
dall’ultima raccolta‘‘ cielo di sera’’: ‘‘Stagione di illimitati confini,/ a
specchio d’acque , tu, raggio di sole,/ nostra infanzia di gridi:/ voi, nel
galoppo biondo / di criniere di vento, / butteri di maremma / emblemi della
nostra gioventù”.
È il 1915, Martino ha circa 11 anni. Gli
zii sono già partiti per il fronte, anche il padre deve partire. “Quando ci
dissero che lo mandavano con gli altri”
—
ricorda dell’Era
— “andammo alla stazione per salutarlo
nella tradotta. Pioveva: la mamma portava in collo i più piccini e i singhiozzi
le tappavano la gola. Io portavo la bandierina tricolore da sventolare ai
soldati”. Partito il babbo, la situazione diviene sempre più critica. “Noi soli
nella palude, con le zie e le bestie vaccine, la malaria. Poi c’entrò in casa la
spagnola: io la smaltii in cantina, tra l’odore del vin dolce e la vinaccia”.
Di sua madre dell’Era non parla molto, forse per pudore, anche se i vari
riferimenti ci fanno comprendere il suo grande affetto per lei, dalla quale
— diceva
—
“ho imparato ad amare le piccole cose che odorano di sole e
d’innocenza”. “Se mi vergognassi di lei perché mi ha fatto nascere povero, tra
le pasture e le bestie, mi parrebbe di fare un peccato molto grosso. Per quanto
mi sforzi di pensarmi solo, mi vedo sempre vicino a lei come l’aria attaccata
alle cose. Quanto più il tempo se ne va, tanto più bella mi appare, sempre più
taciturna, sempre più buona. Ella non ha mai chiesto niente per sé non imparò nè
a leggere né a scrivere perché fu mandata a badare le pecore.... Ogni volta che
quelli lassù dicevano: è una contadinaccia, mi si accendeva il sangue, avrei
fatto qualunque pazzia per difendere quella donna... quanto mi abbia voluto bene
questa donna illetterata e campagnola l’ho saputo soltanto da grande, quando si
può leggere meglio nel mistero delle anime... Ringrazio il Signore di avermi
dato una mamma contadina”.
Sia al padre che alla madre sono dedicate alcune belle poesie delle sue
raccolte.
Lo scritto inedito cui si è accennato è importante per conoscere l’ambiente in
cui Martino ha vissuto la sua infanzia ed anche per aver ragguagli più completi
sulla sua famiglia: “Rivedo i nonni che fecero la guerra dei Quarantotto, con i
mustacchi bianchi, a grondaia, la casacca di un robbone verde, gli scarponi
chiodati, sotto il... cielo fuligginoso, sulla panca di quercia: silenziosi come
i morti”. Talvolta la descrizione non è triste perché l’autore rivede nel
ricordo tutta la famiglia riunita:
“L’affaccendio delle donne con i marmocchi in collo, la pezzola color foglia
secca, annodata dietro la nuca, le zie brontolone, saccenti e petulanti, quelle
buone che tornavano dai campi con nel paniere le prime viole e i funghi dalla
pelle giovane colti tra le ceppe e gli alberi, sul fiume.
Le sorelle dagli occhi di tortora, i
cani ruzzaioli, i pagliai fèrmi nel’aria, le querci come cieli rovesciati...’’.
Ma il tempo passa. Il babbo ritorna “tanto invecchiato”
— ricorda l’autore. La famiglia comincia a
disgregarsi. “Gli altri non facevano in tempo a ricomparire che ripartivano,
colle zie, i cugini; avevan paura della casa degli antenati. Caricavan sul
barroccio le loro robe e se ne andavano”. Anche il fratello, più grande, si
sposa e vuole andare a vivere in città. “Erano andati via con una stagna d’olio,
un involto di cenci per uno: tutto il loro corredo”. Non faranno fortuna: dopo
un po’ di tempo il padre andrà a trovarli, avrà l’amarezza di scoprire che il
figlio è senza lavoro e, per giunta, sarà derubato dei soldi con cui voleva
aiutarlo. Sembra di leggere un romanzo di Tozzi, la cui fine è quasi sempre una
catastrofe.
Intanto Martino ora è già un adolescente. Si manifestano i primi segni di una
vocazione che lo porterà a farsi prete. L’unica strada
— data anche la sua intenzione di
continuare gli studi
— è offerta dal seminario, dapprima quello
di Grosseto, poi quella di Siena. Come si può rilevare dalla tesina che uno
studente scrisse su di lui, Martino non si trovava bene nel nuovo ambiente, non
capiva le ipocrisie e gli infingimenti di tanti suoi compagni che miravano più
all’apparire che all’essere. Per lui la religione era una cosa seria, una cosa
che doveva essere sentita e vissuta in profondità.
Gli studi del seminario gli permettono, tuttavia, di farsi una buona cultura,
non solo sui Padri della Chiesa e sull’Antico e Nuovo Testamento, ma anche sui
classici latini e greci e italiani. Sarà, comunque, solo un punto di partenza,
perché la formazione culturale di dell’Era
— così vasta— eccezion fatta per le
materie scientifiche
— è stata l’opera di un autodidatta.
Ordinato sacerdote dal vescovo Matteoli di Grosseto, dice la sua prima messa a
Montepescali. Sarà parroco di Buriano, Istia d’Ombrone, Ravi e Casal di Pari.
Rivelato da Ada Negri e da Angiolo Silvio Novaro, inizia precocemente la sua
attività letteraria e poetica con la collaborazione sia a giornali come
“l’Osservatore romano”, “l’Avvenire” sia alle riviste “L’Eroica” , “Tradizione”,
“Terra di Siena di Aldo Lusini”, “L’Illustrazione ticinese’’, “Il giornale dcl
popolo di Lugano”, “Il Frontespizio” e con una ricca produzione di scrittore,
che abbraccia quasi tutte le espressioni letterarie tradizionali. Sono anni di
attività creativa a fianco di grandi autori Betocchi, Papini, Fallacara,Lisi,
Luzi, Bargellini.
Fu proprio grazie
a quest’ultimo, - come rileva il poeta nell’introduzione alla raccolta “Cielo di
sera”, dedicata a Bargellini e agli amici del Frontespizio
— che dell’Era poté entrare a far parte
del gruppo di scrittori di questa famosa rivista che, come in passato “La Voce”,
“La Ronda”, “Lacerba”, hanno segnato il passo nella vita letteraria italiana.
“Devo a Piero Bargellini se ho tenuto fede alla poesia... Fu Piero Bargellini...
a persuadermi che una rivista come la sua si proponeva di rivelare la validità
di un poeta e mi chiamò a collaborarvi. Tornavo dunque a Firenze con tutto
l’entusiasmo giovanile, essendoci cresciuto, non tanto per ritrovare le sue
strade assolate di quando mio padre era ferroviere a Rifredi, quanto per seguire
i consigli e i rimbrotti, talvolta, di un maestro della penna, di un toscano
autentico e schietto, direttore de “Il Frontespizio”.
Con questi autori dell’Era instaura rapporti di amicizia,
— attestati dall’epistolario del Fondo
dell’Era
— rapporti che rimarranno vivi e fervidi
per tutta la vita. Ecco come Betocchi, in una lettera a Idilio, ricorda quel
periodo: “Com’erano belli i nostri semplici tempi di trent’anni fa: ma la
sincerità dell’amicizia, credilo, è ancora il meglio che m’è rimasto, profondo
nel cuore”.
Ogni scrittore aveva una particolare rubrica, cui si dedicava in ogni
numero. Dell’Era dell’Arcolaio agiografico”, recensendo i volumi che di volta in
volta usciva su quel soggetto.
A Firenze gli
ani ‘30 sono caratterizzati da un’intensa attività culturale. A differenza di
“La Ronda”
— chiusa, in prevalenza, nella “tour
d’ivoire” della tradizione letteraria italiana
—
“Il Frontespizio”
— di matrice cattolica
— fu, nonostante il regime, una rivista
aperta anche alle voci europee e alle nuove scuole poetiche, come l’Ermetismo.
Non per niente due dei collaboratori,
Fallacara e Luzi, fecero parte di questa scuola.
“A Firenze”
— dice Carlo Bo
— “fra il trentacinque e il quaranta si
ritrovarono gli scrittori giovani più animosi, più liberi, più bisognosi di
sperimentare un rinnovamento... Firenze fu la capitale della poesia italiana al
tempo dell’ermetismo.” “Se Siena è
stata importante per la mia formazione spirituale”
— diceva dell’Era
—
“Firenze lo è stata per quella culturale”. I continui incontri
con gli autori del Frontespizio ampliano notevolmente gli orizzonti culturali di
Don Ceccuzzi, questo pretino di campagna, rimasto finora quasi esclusivamente
solo in contatto con il triste paesaggio della Maremma.
Nel Fondo dell’Era della Biblioteca degli Intronati di Siena
— che comprende tutte le opere di poesia e
prosa e le recensioni scritte da lui e su di lui
—,
si trova un epistolario costituito da lettere scambiate con i grandi
scrittori della celebre rivista fiorentina e con tanti altri scrittori italiani
e stranieri, dalle quali si evince la stima
che
avevano per lui alcuni grandi personaggi del mondo della letteratura. A
questo proposito vorrei citare il giudizio
che dette sull’opera del nostro autore il grande
poeta e scrittore francese Paul Claudel: “Un libro di Idilio dell’era è
sempre una ventata di spiritualità che investe l’anima nostra e la costringe,
magari per un attimo solo, a dimenticare gli squallori e la tristezza della
nostra vita quotidiana e ad innalzarsi verso le iridescenze dell’ideale e
della incorruttibile bellezza”.
Al tempo della guerra d’Africa don
Martino è parroco di Casal di Pari (nell’alta Maremma), dove partecipa
concretamente alle vicende dei suoi parrocchiani. Nel frattempo continua la sua
attività letteraria, ma si connota di già come personaggio scomodo. Nel Giugno 1944
fu vittima di un episodio di violenza che segnò profondamente la sua vita:
L'avvenimento è così raccontato dai parenti Giotto Minucci e Mara Ceccuzzi in
Minucci, informati sui fatti:
"A
inizio giugno 1944 una banda di repubblichini, si presentò minacciosamente a
Casale di Pari. In particolare fu preso di mira il parroco Don Martino Ceccuzzi
accusato di avere dato segnali con il suono delle campane alle formazioni di
partigiani imboscati nella zona.
La minaccia arrivò alla simulazione
della fucilazione del parroco Don Martino nella piazza del paese. In quei
momenti drammatici la mamma Filomena,che all’epoca viveva con lui, si offrì alla
fucilazione al posto del figlio...
I fascisti, prima di abbandonare la
piazza, affermarono che al momento avrebbero desistito dalla fucilazione del
parroco, ma sarebbero tornati il giorno dopo e che avrebbero ucciso Don Martino
se non fosse stato loro consegnato un riscatto in lire contanti.
(Uno del paese) si fece promotore
di una colletta. La raccolta di denaro si rivelò inutile dato che fascisti,
ormai allo sbando con il fronte di guerra alle porte e con l’esercito tedesco
che ormai aveva preso direttamente il comando delle operazioni di
rastrellamento, non si presentarono né l’indomani, né i giorni successivi .
Ma il terrore non terminò con
questo episodio. La casa parrocchiale di Don Martino ospitava anche la nipote
Beatrice e quando le truppe franco-magrebine, accompagnate dalla terribile fama
delle violenze perpetrate nei confronti delle popolazioni laziali, si
avvicinarono a Casale di Pari la famiglia fu obbligata giorno dopo giorno a
nascondere la ragazza nei boschi. Precauzione più che giustificata dato che
proprio a Casale di Pari gli ufficiali francesi per punire le violenze
fucilarono tre soldati algerini
Gli spaventi subiti gettarono
Don Martino in un profondo stato di depressione psicofisica, caratterizzato da
insonnia, incubi che non si risolse in breve tempo. Situazione talmente grave
che gli impedì di continuare la sua attività di parroco.
Addirittura moltissimi anni dopo,
quando Don Martino in condizioni di salute precaria era ospitato nel Lazio
preso la nipote Beatrice, la famiglia Vannini Ceccuzzi fu vittima di una
grave rapina. Don Martino fu legato ad una sedia con il fil di ferro. Lo choc
del nuovo spavento e lo stato confusionale che ne derivò lo portarono a
chiedere, a rapina finita, se fossero tornati i repubblichini."
Don Martino ricordererà il tragico
episodio negli anni '50 con questa poesia, "Piazzetta di Maremma", facente parte
della raccolta manoscritta "IL LIBRO DEI SEGNI CELESTI":
PIAZZETTA DI MAREMMA
4 Giugno 1944
"Piazzetta di Maremma, alla rozza aria
di bosco, io me rivedo inerme
le spalle al muro, a te aderente come
a domandare aiuto e il sole a piombo
a crivellarmi il cranio
e l’orda nera degli abbietti, cento
contr’uno, pronti ad aprir fuoco,
ghighe postribolari, il capo
lurido escremento, che mi tiene
la pistola in bocca e il buio
in tanta estate.
O rossa estate partigiana al largo
del bréntalo che schiuma libeccio
tu garrivi di morti adolescenti
e sulla piazza stramazzava l’eco.
Or nelle notti sopite
del borgo alla rozza aria di bosco,
un angelo scrive a carbone sulla parete:
“Qui uscì dal mitra infame
del fascista predone
incolume un poeta”.
1957
Il periodo del Fascismo e della guerra, con gli orrori cui, come appena
detto, egli stesso ha assistito, ritorna, talvolta, in alcune delle sue poesie,
fra le quali vale la pena, forse, citare: “Venne dai campi di sterminio /
la tua notte, Europa: lenta / ora su dite si posa e tenebrosa /
l’ala degli avvoltoi...
“. “Europa, la tua notte” poesia tratta da
“CIELO DI SERA”, la sua ultima raccolta del 1983; oppure: “io quel ragazzo
(fui) che, al libri chiede / una risposta ai morti, io quell’assente
/ omuncolo, tra i vivi, che gli insulti / si ebbe dai vili e la pistola in
bocca”.
LA RACCOLTA DEL POVERO oppure: “Le raffiche ci colsero nel bosco: non so
chi fosse quel ferito, urlava / e fu, d’un tratto, un grido dissanguato / caduto
nella
notte / e da offrirgli non ebbi che
uno straccio / della camicia che portavo addosso / intorno alla cascina,
a giorno, i morti / parvero tronchi d’albero:
bocconi,
/ i
tacchi
intirizziti nella ghiaia, /altri riversi,
bocche aperte, a imbuto / come scolpito, con l’estate in pugno: non so chi fosse
quel ferito:
vuoto
/ restava il casolare del suo
grido:/ma, se per caso, fossi tu che attendi,/ quattro briciole magre di
pensione/non dirmi grazie, noi morimmo insieme/la stessa notte per
la stessa fede”.
La
sensibilità di dell’Era era stata scossa da quegli eventi. Ricordo il suo
turbamento nel raccontarmi un episodio accaduto in quel periodo, quando egli era
ancora parroco di Casal di Pari: lo stupro di una delle bambine della sua
parrocchia da parte di Marocchini.
Nel primo dopoguerra si trova in una situazione di estrema indigenza, senza
nemmeno la possibilità di un alloggio. Per risolvere quest’ultimo aspetto la
Curia gli concede la possibilità di dimorare nel Convento di Lecceto
— in quel momento del tutto vuoto.
Alcuni anni dopo si trasferisce alle falde della Montagnola Senese, nella
Parrocchia di S.Giusto a Balli prima e, successivamente, presso la Fattoria di
Valli a Toiano, dove la Contessa Gina Grottanelli e poi la signora Pozzi gli
concedono come vitalizio una loro casa sopra la Fattoria, con la possibilità di
usufruire della cappellina annessa, per le sue funzioni di sacerdote. Piccolina,
scarna, la “Domus bonitatis” (così definita nella lapide apposta sulla facciata)
sembrava quasi assomigliargli: lieta e accogliente, in mezzo agli ulivi,
sembrava al tempo stesso invitare alla meditazione, ma anche a godere della
bellezza della natura e degli incontri che su questo sfondo avvenivano. “In
questa casa, al limite del bosco, piccola come un guscio di ghianda, m’è
venuto... di pensare”
— ricorda il Poeta
— di essere un anacronistico eremita
scampato al flagello del progresso universale...”. La bellezza della vallata di
Toiano ha certamente contribuito a dare un nuovo impulso alla sua ispirazione
poetica, che da sempre ha celebrato la bellezza della natura.
Don Martino amava molto gli animali, in particolare, i suoi tre cani che sempre
immancabilmente lo seguivano anche nella sua cappellina e a cui egli
scherzosamente alludeva definendoli la sua “Enciclopedia Treccani”. A uno di
loro egli volle addirittura dedicare il romanzo “Il Melograno cantò”: “A
Baffo, l’inseparabile cane da cui imparai a conoscere gli uomini”.
Anche Agelina - la perpetua di manzoniana memoria
— era l’esempio della sua attenzione ai
bisogni della gente. La massaia dalla faccia di luna piena
—
che dell’Era aveva accolto in casa per toglierla
da un istituto di ricovero
— gli aveva a sua volta dimostrato la sua
gratitudine, badando come poteva alle cure della casa e delle faccende
domestiche.
Don Martino si sente a suo agio nell’ambiente che lo circonda, fra gente
semplice e schietta come lui. Nonostante il suo carattere libero e indipendente,
quasi schivo, alieno da ogni tipo di compromessi, sempre pronto a dire pane al
pane e vino al vino
—
ma forse proprio per questo aspetto della sua personalità
— rimane simpatico alla popolazione, è
amato e rispettato dagli abitanti della
zona
che, tuttavia, non sono i suoi parrocchiani.
Egli stesso ricambia la simpatia, salutando per primo chi lo incontra,
intrattenendosi con tutti su ogni argomento. E’ sempre pronto ad accogliere con
la battuta salace gli aspetti umoristici della vita, mettendo tutti di buon
umore, abbandonandosi egli stesso all’ilarità, con le sue risale un po’
sgangherate e incontrollabili.
Meta di ogni giorno è l’osteria
—
ma anche appalto e negozio di alimentari
—
di Caldana (località situata ad un chilometro da
Toiano), dove dell’Era si reca a piedi per far visita ai gestori Giulia e
Alfiero Ferri, suoi amici—
che gli saranno vicini fino agli ultimi
anni
— ma anche per far la spesa per la buona
Angiolina, curiosa come le cecche, che al suo ritorno gli domanda subito notizie
dell’uno e dell’altro. All’osteria si mette a discutere del più e del meno con i
vari avventori e non è raro, durante la conversazione, vederlo annotare sul
pacchetto delle Nazionali certe argute espressioni contadine o qualche arcaico
vocabolo rimasto nel linguaggio della gente di campagna, espressioni e vocaboli
che comunemente si ritrovano nelle sue opere di narrativa e nelle sue poesie,
che
“sitano di terra
e
di bosco”.
Come abbiamo detto, Don Martino riesce a rapportarsi con tutti; umile con gli
umili
— che egli ama in particolare
— è capace di sostenere rapporti
intellettualmente e socialmente più impegnativi. Ricordiamo la sua assidua
amicizia con la Sig.ra Caterina Fieni ved. Positano de Vincentiis, proprietaria
del castello di Poggiarello, con il Dott. De Martino, medico condotto di
Sovicille, con l’Ing. Pini, con il Dott. Friscelli.
Sono questi gli anni in cui Idilio dell’Era alterna l’insegnamento alle funzioni
di sacerdote e alla produzione poetica e narrativa. Il suo tenore di vita,
grazie soprattutto all’attività didattica, migliora sensibilmente, anche se la
sua vita continua a svolgersi in maniera parca.
Dell’Era insegna al seminario e in quasi tutte le scuole di Siena: Liceo
Classico, Scientifico, Istituto Magistrale, Istituti Tecnici. Io che l’ho avuto
come insegnante di religione, ricordo che le sue lezioni non si limitavano a
trattare problemi religiosi, ma spaziavano in tutti i campi, riuscendo ad
attirare l’attenzione anche degli allievi più negligenti e, di solito, meno
interessati ai problemi della cultura. Si sentiva bene che Don Martino era a suo
agio con noi ed era ben lieto di rispondere alle nostre domande, alcune delle
quali vertevano su problemi che allora non venivano trattati
nelle scuole, come i rapporti
uomo-donna, il sesso, ecc. L’allora Preside del Liceo scientifico Prof. Tommaso
Mancini, nella lettera scritta a Don Martino. Al momento del suo trasferimento
presso un altro Istituto per ringraziarlo per la sua attività di docente —
ricordava la sua “profonda conoscenza dei problemi sociali, che rendeva più
attuale e interessante il suo insegnamento, sicché gli alunni prendevano viva
partecipazione alle sue lezioni...”; il Prof. Mancini lodava, inoltre, “la sua
squisita sensibilità d’animo e il profondo senso di umanità...”.
I suoi rapporti con il mondo della cultura, che si erano manifestati fin dai
tempi del Frontespizio, proprio negli anni sessanta e settanta si intensificano:
ci sono frequenti scambi con Piero Bargellini, Danilo Masini, Mario Tobino,
Lisi, ecc. Dell’Era invita questi scrittori a casa sua ed è da loro invitato.
Ricordo di averlo accompagnato con la mia prima macchina sia dal Masini nel
Valdarno, sia a Firenze dal Lisi e dal Bargellini. Il suo amico carissimo, Prof.
Glauco Tozzi, preside della Scuola dove Don Martino insegna
— figlio dello scrittore Federigo, di cui
il Nostro ha intuito il grande valore ben prima della nota rivalutazione degli
anni ‘70 e ‘80
— viene a trovarlo spesso e lo accompagna
a premi letterari e ad altre manifestazioni culturali.
Non manca, tuttavia, un’attenzione particolare indirizzata, non solo a quelli
che, come me, erano i suoi allievi di Siena, ma anche ai giovani di Sovicille.
Non era raro incontrare nel suo studio, tappezzato di libri e fascicoli fino al
soffitto, gruppi di ragazzi, incantati dalle parole del Poeta che parlava loro
dell’amore per la poesia, ma non esitava, a trattare i problemi connessi al
mondo giovanile. La sua cultura, come ho già detto, spaziava nei campi più
disparati non escludendo psichiatria, sessuologia
— considerati nei loro diversi aspetti.
Grande è stata per noi tutti, credo, la fortuna di poterlo conoscere e
frequentare. Il suo messaggio di bontà e di onestà
—
fatto non solo di parole, ma testimoniato
dall’intera sua vita
— è rimasto per noi indelebile. Ci ha
insegnato ad amare la bellezza della vita, della religione (che per Lui era
tutt’uno con la Poesia), dell’amore e della natura e soprattutto a non
contaminarla con squallidi compromessi.
,,
Gli anni soprattutto al loro inizio, sono
particolarmente tristi per il Poeta a causa della malattia e del sentimento di
solitudine. Muore Angiolina, cui dell’Era è molto affezionato, dopotan.ti anui
vissuti ipsieme. Dell’Era la ricordaneil”Elegia di Nataje” (“La Raccolta del
Povero”): “Non ti vedremo più, non ti vedranno / per l’acqua alla fontana /
della chi esina tra i cipressi, quando, / l’ape dipinge l’orto / e dei suoi
fiori arrossa il melograno. / Ora che ho dato ai poveri / i tuoi vestiti / ti ho
visto scomparire / per sempre dalla stanza I... E tu non sei per me che una
memoria, / piccola morta. /..
. Non è qui cosa in cui non scorga
l’orma / dite dolente: in ogni luogo dove / lasciammo il nostro esistere
disperso / io mi rattristo e sorgono, risorgono / gli anni esiliati e nomadi le
notti...
“.
Muoiono anche alcuni cari amici, fra i
quali l’inseparabile Glauco Tozzi . Egli stesso si ammala e viene ricoverato nel
vecchio ospedale della Scala, le cui sale continuamente gli ricordano S.
Caterina, la sua santa prediletta, per la quale ha scritto i Notturni. Ben
presto dell’Era perde quasi completamente la memoria: quando vai a trovarlo
all’ospedale, dapprima hai l’impressione che non ti riconosca più, poi, pian
piano, la tua faccia e le tue parole gli fanno capire che gli sei familiare,
anche se, spesso, egli non riesce ad individuarti esattamente. Gli amici cercano
di rintracciare i suoi parenti: si
trova una nipote che vive a Bracciano, vicino a Roma. Don Martino ritrova una
famiglia. La nipote si prende cura di lui, lo fa venire ad abitare con lei e suo
figlio, a Bracciano, lo fa curare a Roma. Ed ecco quasi il miracolo: Dell’Era
ritrova la memoria, può dedicarsi di nuovo alla lettura e alla poesia.
Negli ultimi anni alterna la vita a Bracciano con brevi periodi trascorsi nei
dintorni di Siena, la città che ama, di cui ha tanta nostalgia
quando deve vivere nel Lazio. Quando torna
in Toscana è sempre ospite di
un
suo caro amico, Don Bari
— parroco di Brenna
— purtroppo oggi
scomparso. E’là che vanno a trovarlo i suoi amici
ed
i suoi
ex
allievi. Anche altri sacerdoti gli dimostrano il loro affetto: Don Lido
Sammicheli, Don Bonci, Don Umberto Meattini per citarne solo alcuni.
Il giorno dell’Assunta 1986
— il Sindaco Mazzoni Della Stella
— nel Teatro dei Rinnovati, dove vengono
anche conferiti due Mangia d’oro
— a nome della città di Siena
— finalmente memore non solo del Poeta
che l’ha tanto celebrata, ma anche
dell’autore delle parole dell’Inno del Palio
—
gli assegna il Mangia d’Argento. “Ma era anche
lui forse meritevole dell’oro”
— commenta, probabilmente deluso, il
giornalista de “La Nazione” del 15 agosto.
Si può
dire che Siena
e
i suoi dintorni, in particolare, negli ultimi
quaranta anni di vita
del
Poeta
— cioè da quando, nell’immediato
dopoguerra gli fu concesso di abitare a Lecceto
—
sono stati sempre al centro d ella sua poesia
e della sua prosa. Oserei dire,
addirittura, che egli, poeta d’adozione, ha saputo capire o meglio sentire il
particolare misticismo, la bellezza e l’atmosfera unica di Siena, forse anche
meglio di molti Senesi.
“Per chi la sa scoprire”
— dice dell’Era
— “c’è una dolcezza stanca di secoli e di
memorie dentro e fuori le antiche mura di Siena”. Gli stessi
contradaioli erano certamente consapevoli del suo amore per la loro città, se
proprio lui spesso sceglievano per scrivere sonetti sulle varie
contrade, sonetti che si trovano, con gli altri scritti, nel Fondo dell’Era già
accennato.
La presenza di
Dio e il misticismo permeano gran parte dei suoi versi anche perché- Dell’Era
l’ha sempre detto- la religione è tutt’uno con la poesia. Per lui religione e
poesia appartengono alla stessa sfera di purezza e sincerità, incontaminate dai
compromessi della vita; sincerità, cioè corrispondenza del dire e del sentire
— verbum caro factum est
—
come era stata la sua esperienza di povero
parroco di campagna, durante la quale egli aveva tradotto in pratica, con la
partecipazione alle vicende dei suoi parrocchiani, il suo messaggio evangelico
di amore e carità
— messaggio che è il più importante di
questo “mendicante di eternità”, come ama ricordarlo Alfredo Franchi nel titolo
della sua poesia dedicata a dell’Era.
La poetica di dell’Era “(simile alla sua vita) semplice e parca”,
— dice ancora Bargellini
—
“quasi ritrosa dinanzi alla moltitudine, è
caratterizzata da un misticismo costante, si nutre di un’esperienza di vita
sofferta e tormentata che, alla luce degli approfonditi studi umanistici, si
sublima in una minuziosa ricerca di un personale linguaggio poetico per
esprimere una visione “rassegnata”, dolce, cristiana, non disperata, in cui la
vanità del nostro destino terreno è espressa con toni sinceri”. “L‘arte”
—
sosteneva dell’Era
—
“ha bisogno di essere disinteressata, come la santità:
disinteressata e spontanea”.
Ne fanno testimonianza i “Notturni per S. Caterina da Siena” breve raccolta di
poesie già edita precedentemente e tradotta anche in francese e fiammingo,
inclusa in seguito in “Polifonie”. Eccone qualche esempio: “Vestimi tu del
Sangue / che sugli altari, a mistico convito, / le anime aduna ed io saprò che
il pane / ha profumo di Dio”. (Disponibile sia).
E certamente fra le poesie più belle vi sono quelle che dell’Era ha dedicato
alla sua città. Come la Toscana da lui descritta non è quella di oggi, ma quella
di un tempo, ormai per sempre scomparsa, così la città cara al suo cuore è la
mistica Siena medievale, resa ancora più bella dal filtro magico dei ricordi.
“Accese mura vidi / e le torri migrare nella sera: / con l’anima gelosa di quel
fuoco”. Il misticismo stesso è indissolubile dalla città: “Di questa
terra / scarni giorni cogli: / senti l’anima dei santi / nel chiaro dei mattini
/ dal suono di ogni pietra” (Terra di Siena).
Ma Siena
— in particolare la Siena di oggi
— era rimasta insensibile al canto del suo
Poeta: “Sempre avara di lode mi fosti / città che amai / non per la gente
d’oggi / no certamente, ma per la diffusa / anima dei tuoi santi, la luce
paradisa / ed improvvisa che riveste i colli / per i vicoli bui e le dorate /
Madonne adolescenti / per le chiesine perse in clausura / e per le tue basiliche
che l’alba / solleva luminose all’orizzonte / per i tuoi marmi stanchi e
traforati / e per le piazze che l’estate inonda / di risse e di
bandiere e per le torri /nel cielo viola,
cariche di gloria/e per le sere che scolpita e bruna/un te richiudi tutta la tua
storia/ (Sempre avara mi fosti).
“Decisamente
sfortunato”- nota Gherardo Del Colle
nella presentazione di “Polifonie di una notte deserta”
“-è sempre apparso ed è purtroppo sempre stato quell’ Idilio Dell’
Era che, a parer nostro e non soltanto nostro, da almeno un quarantennio,
si è rivelato e si è mantenuto fra i nostri poeti più sapidi e più nutrienti,
fra i doviziosi per ispirazione e i più dilettosi per dizioni. Bene se ne erano
accorti a Firenze quelli dei Frontespizioi reticenza in reticenza e di silenzio
in silenzio, si è arrivati al pulito (adversante fortuna) che le
composizioni liriche del dell’Era non hanno trovato posto in alcuna importante
antologia del nostro Novecento, pure essendo meritevolissime di entrarvi: e
nemmeno (duole dirlo) in talune antologie propriamente dedicate alla poesia
cattolica o religiosa nostrana... Ciò sta.., soprattutto a confermare che
critici, antologisti ed editori si sono dimostrati disattenti e ingenerosi verso
una
poesia cui dovevano andare ben altri riconoscimenti e ben altri plausi di quelli
che effettivamente le sono stati accordati dagli anni trenta agli anni ottanta
di questo secolo. I doverosi plausi e i giusti riconoscimenti che gli sono
mancati in Italia, Idilio dell’Era li ha comunque colti in Francia ad opera di
un’insigne ex docente della Sorbona, Solange De Bressieux, la quale ha tradotto
in limpido e armonioso francese i “Notturni per S. Caterina da Siena’’...
Concludo, citando i pareri di due
critici, che ben conobbero l’opera del poeta senese. “Un poeta
— grande o minore non tocca qui di
soppesare
— vero. Dunque uno che ci aiuta,
regalandoci una fraternità, una linfa per vivere, le quali non hanno prezzo”.
Così si espresse, senza enfasi e in maniera, credo, equilibrata, Luigi
Santucci, parere che integra quello di Francesco Casnati: “Idilio dell’Era è
un grande scrittore e noi tutti dobbiamo rimproverarci di parlarne troppo poco,
per non dire mai”.
Idilio dell’Era muore a Roma, all’età di 84 anni, il 18 giugno 1988; è sepolto a
Siena, nel Cimitero Monumentale della Misericordia.
Fra i premi letterari che Dell’Era ha ricevuto si annoverano: il Premio Cosenza
(1952), il Premio Laura Orvieto (1959), il Premio Camposampietro (1972),
il Premio Michelangelo (1975).
FAUSTO LANDI
Ripreso da
“Mendicante di Eternità” ed. Cantagalli, 2005
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